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22-07-2020

Dove sono finiti milioni di giocatori patologici durante la pandemia?

Il gambling ai tempi del Covid-19

Ci saremmo aspettati un aumento notevole di richieste di aiuto, di assistenza, di terapia, durante il prolungato periodo di quarantena che ha inibito la quasi totalità dei giochi a terra, lasciando aperto il gioco online, che ha avuto notevole incremento in modo settoriale e specifico per alcune tipologie (scommesse e poker) e poco nulla per altre tipologie molto praticate a terra.

Qualcuno si ricorderà quando venti anni fa circa, causa uno sciopero ad oltranza dei tabaccai, milioni di fumatori italiani andarono in panico per la mancanza di prodotti da fumo. Reazioni rabbiose e aggressive per accaparrarsi l’ultimo pacchetto di sigarette, code chilometriche alle frontiere dei paesi confinanti per andare a comprare tabacchi, boom del mercato nero e del contrabbando. Si verificò a livello di massa quello che in termini biologici si chiama sindrome astinenziale con tutti i suoi correlati e manifestazioni fisiche e psicologiche, svelando quindi anche a coloro che ne dubitavano che la nicotina crea forte dipendenza.

Non è accaduta la stessa cosa per il gioco d’azzardo, pur essendo venuta a mancare improvvisamente la possibilità di giocare per milioni di persone, e, a differenza del tabacco, non si può fare scorta di azzardo. Alcuni hanno optato per il gioco online aprendo un conto gioco, e chi lo aveva già ha intensificato frequenza e poste, ma i milioni di giocatori a terra come si sono comportati?
Adattandosi alle mutate condizioni, qualcuno forse con un certo grado di ansia e inquietudine, senza tuttavia che questi disturbi si siano tradotti in panico generalizzato e aumento della domanda di aiuto e terapia.

Tutti i servizi e le help line per il gambling segnalano un calo della domanda, non giustificabile solo con la paura del contagio o la riduzione di attività dei servizi, che ovviamente è ininfluente per i servizi da remoto.
Dunque è mancata la risposta biopsicologica alle condizioni che l’avrebbero dovuta evocare in circa un milione di persone se, come sostenuto dai più, si trattasse davvero di dipendenza da gioco d’azzardo così estesa e generalizzata come appare dalla maggior parte delle ricerche epidemiologiche italiane.
È presto per trarre conclusioni e alcuni dati sono ancora carenti per poter fare analisi non superficiali.

Certo comunque che è necessario tenere conto di ciò che è accaduto per riconsiderare due cose fondamentali: il paradigma della dipendenza da gioco d’azzardo va rivisto nella sua radice concettuale e nei suoi criteri diagnostici, e le policy in materia di gioco si devono arrendere alla evidenza che la riduzione della offerta riverbera in modo significativo sul volume e la tipologia della domanda.
Ci sono quindi probabilmente molti meno giocatori patologici di quelli stimati, rimane un grave problema sociale con meno implicazioni sanitarie e molte più azioni da fare nella riduzione e controllo della offerta, non in modo surrettizio come è avvenuto sino ad ora con escamotage ingiustificabili sotto il profilo scientifico e fonte di contenziosi, ma con precise motivazioni ancorate alla evidenza di ciò che è accaduto al livello di massa in questi mesi.